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Monte di Pietà di Bologna- Utzeri

Monte di Pietà di Bologna- Utzeri (1473 - 1924)

1 unità archivistiche di primo livello collegate

Fondo

Consistenza archivistica: buste 423, registri e volumi 717, fascicoli 2, bollettari 2

Abstract:

L’archivio del Monte di Pietà è caratterizzato da una struttura composita e multiforme. Sino a tutto il Settecento si mantenne sostanzialmente integro, nonostante l’osservanza di decreti della Congregazione del Monte, che stabilivano eliminazioni di registri e carte non più utili per le operazioni contabili correnti. La documentazione archivistica era tenuta o in locali appositamente adibiti per la loro custodia o in luoghi a disposizione per controlli e riscontri d’ufficio, che all’occorrenza si presentavano necessari. è nel Settecento che vennero decisi alcuni provvedimenti per garantire un corretto ed adeguato uso delle carte, che dovevano essere tenute con segretezza, e per assicurarne la conservazione. “La grave faragine delle scritture, processi, bolle” forse anche la preoccupazione di tutelare i diritti economici e patrimoniali del Monte spinsero la Congregazione dei Presidenti a deliberare “la regolazione delle scritture dell’Archivio”. L’incarico venne assegnato a due Ministri del Monte: Vincenzo Ferraresi, “Sottocassiere del Monte di S. Petronio detto delle Scuole”, coadiuvato da Andrea Pepi, “Operario nel Monte di S. Pietro”. Il lavoro fu eseguito con “gran diligenza”: ogni documento (rogito, processo, bolla) venne posto in “sopracarta”, cioè in fascicolo, con una sommaria annotazione del contenuto e della collocazione in archivio dello stesso, costituendo in questo modo quattro serie: Bolle Particolari, Bolle diverse, Instrumenti e Processi (questi ultimi non sono conservati). Le serie vennero corredate da “Campioni” in cui furono “replicate le stesse compilazioni” presenti sui fascicoli e da “repertori” per tipo di contratto e per “nomi e cognomi de’ contraenti” delle scritture (cfr. serie Sommari). Nell’aprile 1705 i Ministri incaricati portarono a termine la loro “fatica” (23). Ma ben presto insorse l’esigenza inevitabile di mantenere la “perpetua conservazione del buon regolamento dato allo stesso Archivio”, nonché di aggiornare le serie documentarie in continua espansione. Si pensò ad un ministro capace et idoneo", per garantire “la custodia tanto gelosa delle Scritture” che erano “la base principale de’ negozi … del Sagro Monte di Pietà”. Fatte queste considerazioni, la Congregazione del Monte, il 28 gennaio 1706, stabilì l’"elezione di Vincenzo Ferraresi in Archivista". A lui “spettava ritrovare, riconoscere … le scritture" delle serie da poco riordinate, di farne copia all’occorrenza, e “anotare quelle si aggiungeranno nello stesso Archivio, ne campioni o repertori” (24). Qualche decennio dopo, nella Congregazione del 12 novembre 1739, si sollevò “il discorso sopra li libri, e campioni della Computisteria”, che sembrava non fossero “riguardati con quella custodia che si dovrebbe a fine d’evitare qualche possibile inconveniente”. In seguito a “molte riflessioni, e savie considerazioni” i Presidenti furono concordi a custodire i registri di Computisteria in un apposito “Camerino”, sotto la tutela del Campioniere Maggiore (25). Di lì a poco si rivolse l’interesse verso la documentazione legata al pegno. Si verificarono infatti “alcuni inconvenienti in ordine al pagamento delli sivanzi”, vale a dire della somma che, dopo la vendita all’asta dei pegni non riscattati, risultava in eccesso, una volta detratto l’importo equivalente al prestito concesso e all’interesse maturato. Tale somma in sovrappiù veniva versata su richiesta al proprietario del pegno non riscattato. Ma talora l’avanzo veniva corrisposto a “persone che moralmente” non potevano “essere creditrici di quello avuto riguardo al longo lasso di tempo" trascorso. Si stabilì pertanto di far confluire alcune serie contabili in quello che venne denominato 1"’Archivio de’ Campioncelli di sorti". L’Economo doveva ogni anno "far asportare e riporre in detto Archivio, il Campioncello sempre più antico de’ resti de nostri Monti [i "Campioncelli delle sorti”] e suoi libri corrispondenti al medesimo [i “Campioni de’ pegni”] di modocche non resti in libertà de’ Ministri de’ nostri Monti, che li Campioncelli moderni sempre da vint’anni addietro, e suoi libri a medesimi corrispondenti” (26). Fu durante il periodo napoleonico che l’integrità ed omogeneità dell’archivio venne spezzata, ossia quando la sua tutela non fu più di un unico e solo conservatore, quale era stato sino ad allora il Monte di Pietà, ma venne assegnata, limitatamente ad alcuni nuclei documentari, ad altre istituzioni. Infatti, nei primi anni dell’Ottocentola documentazione del Monte subì numerose vicissitudini, dovute soprattutto a cambiamenti istituzionali e giuridici, che caratterizzarono e mutarono l’organizzazione amministrativa della comunità bolognese. Il Monte di Pietà, e con esso il suo archivio, vennero coinvolti dall’evolversi delle vicende politico istituzionali. Nel 1796 fu istituita la Giunta Criminale (poi Tribunale Criminale), alla quale vennero attribuite le funzioni prima di pertinenza del Torrone, il Foro Criminale di Bologna (27). Conseguentemente, nel 1802, l’archivio di quest’ultimo, custodito dal Monte, venne ceduto alla nuova amministrazione giudiziaria (28). La struttura del debito pubblico della Camera di Bologna, di cui il Monte gestiva la depositeria, subì sostanziali modifiche, che determinarono la consegna della documentazione riguardante i monti di pubbliche prestanze sino ad allora conservata presso il Monte di Pietà (29). Ma le ripercussioni politico amministrative dell’occupazione francese non interessarono solo questi cospicui e notevoli patrimoni documentari. Nel 1808 con l’istituzione della Congregazione di Carità gli archivi di tutte le opere pie bolognesi, e tra essi anche quello del Monte, furono concentrati nell’Archivio Generale delle Opere Pie, che aveva sede in locali della Curia Arcivescovile, in via Altabella. Ivi rimasero sino alla soppressione della Congregazione, avvenuta nel maggio 1814, quando gli archivi vennero riconsegnati agli istituti competenti. Anche il Monte ricevette il proprio archivio e insieme ad esso la documentazione che attestava la gestione dell’istituto di pegno da parte della Congregazione di Carità. In quegli anni, per disposizione governativa, l’istituto assunse inoltre l’amministrazione di 13 opere pie dotali. Con essa acquisì anche i documenti relativi a ciascuna istituzione dotale, che ne testimoniavano l’origine e lo stato patrimoniale (30). Nel 1859 fu ricostituita la Congregazione di Carità e si propose nuovamente la presenza di un organismo superiore di controllo all’attività del Monte. Infatti tra il 1861 e il 1865 il Monte venne amministrato dalla Congregazione di Carità, che aveva la propria residenza presso lo stesso Monte (31). Pertanto l’archivio non subì trasferimenti, ma anzi ne vennero razionalizzate la composizione e sistemazione. Dal 1862, infatti, fu impiantato il registro di protocollo, che rese più funzionale l’organizzazione della corrispondenza, e venne messo a punto un sistema di classificazione per l’ordinamento delle carte. A seguito del regio decreto del 23 marzo 1879, al Monte di Pietà fu assegnata la gestione di 37 opere pie dotali, per ognuna delle quali ricevette anche le carte, che attestavano il profilo giuridico e la consistenza patrimoniale delle stesse. Fu poi per circostanze e vicende diverse che l’archivio venne privato di gran parte della documentazione contabile dell’Ottocento e del Novecento. In parte essa fu soggetta ad inevitabili scarti, una volta esaurito il suo valore dì strumento necessario per l’attività operativa dell’istituto; in parte, ma questo insieme all’archivio nella sua interezza, subì danni nonché perdite a causa del bombardamento del 1943, che colpì tragicamente anche il palazzo del Monte. Qualche anno prima, nel 1938, Nestore Morini aveva redatto una compilazione riguardante l’archivio storico. Tale compilazione, in alcune parti molto analitica, risulta tuttavia priva di un presupposto di ricostruzione organica e prossima alla sedimentazione. originaria della documentazione. Ma da essa si comprende quanto, in quegli anni, le serie dell’archivio fossero, in più casi, frammiste tra loro. Nonostante ciò essa mette in luce quale fosse la composizione e la denominazione di alcune serie, soprattutto del carteggio ottocentesco (32).