Monte di Pietà di Bologna - Lestini ( 1473 aprile 27 - 1924 )

Tipologia: Ente

Tipologia ente: Ente e associazione della chiesa cattolica

Condizione: <span class="translation_missing" title="translation missing: it.EC">Ec</span>

Profilo storico / Biografia

Il Sacro Monte di Pietà di Bologna venne fondato su iniziativa di un Francescano Osservante, padre Michele Carcano da Milano, il 27 aprile 1473. L’obiettivo del suo fondatore era quello di soccorrere gli strati sociali urbani più poveri nel soddisfacimento di esigenze economiche primarie, sottraendoli alla nefasta e diffusa influenza di prestatori e banchieri privati ebrei in particolare. Lo strumento con cui tale finalità si sarebbe dovuta realizzare era quello, oramai consolidato nell’ambito delle pratiche creditizie, del prestito su pegno. L’iniziativa bolognese si inseriva in un contesto di analoghe iniziative promosse dai Francescani in altri centri della penisola; e, come avvenne anche altrove, il nuovo Istituto andò sviluppando, accanto agli originari propositi solidaristici, un carattere bancario, sovvenendo alle necessità di credito di quel ceto di pauperes pinguiores allora in ascesa, tramite il contenimento del costo del denaro (1).
L’attività del Monte di Bologna si protrasse sino al 31 dicembre 1474. La scarsa dotazione finanziaria dell’istituto, l’ambiguo atteggiamento degli organi di governo della città che ne rivendicavano il controllo pur senza assicurargli un valido sostegno economico, l’ancora incerta disciplina canonica che regolava la complessa e delicata questione dell’usura, ne decisero la temporanea sospensione. E tuttavia i libri contabili relativi a quei mesi registrano un’attività intensa sia dal lato delle operazioni attive (credito pignoratizio) sia da quello delle operazioni passive (depositi condizionali e volontari) (2). Quando il 20 aprile 1504 la principale magistratura cittadina, i XVI Riformatori dello stato di libertà, approvo’la richiesta di riforma del Sacro Monte di Pietà di Bologna, formulata da padre Bartolomeo Milvio, molti degli impedimenti che avevano ostacolato il radicamento dell’Istituto erano in fase di superamento.
Sotto il profilo dottrinario la predicazione e la riflessione di Bernardino da Feltre, culminate nella sua fondamentale opera De monte Pietatis Papie erigendo del 1493, avevano evidenziato le soluzioni perì principali problemi amministrativo finanziari dei Monti di Pietà. Sul piano interno le numerose calamità che avevano colpito la città di Bologna nei primi anni del Cinquecento e, più in generale, la delicata congiuntura politica inducevano il potere bentivolesco ad impegnarsi con minore ambiguità nel sostegno all’iniziativa. Il decreto di riattivazione del Monte infatti dispose a suo favore la devoluzione di introiti fiscali ed altre importanti concessioni; ma soprattutto a sorreggerne l’attività, assicurandone almeno inizialmente una dotazione finanziaria considerevole, venne costituita una “Confraternita” di cui facevano parte rappresentanti delle Arti e privati cittadini.
La bolla emanata da Giulio II il 20 febbraio 1507, dopo che la città era caduta sotto il diretto dominio dello Stato della Chiesa, confermò l’erezione del Monte, stabilendo una serie di norme per il suo funzionamento recepite dagli Statuti del 1501 poi rivisti e pubblicati nel dicembre 1514. Sulla base di tali Statuti il Monte sarebbe stato guidato da una Congregazione composta da dodici Presidenti e rappresentativa dei principali ordini e ceti della città: nobiltà senatoria, “gentiluomini", ceto mercantile e dottorale, clero regolare e secolare. La principale funzione dell’istituto venne riconosciuta nell’esercizio del credito pignoratizio verso cui la Congregazione dei Presidenti doveva indirizzare l’eventuale avanzo di gestione e il denaro raccolto attraverso le diverse operazioni di provvista di capitali. Il prestito su pegno implicava da parte dei beneficiari la corresponsione di un modesto interesse, il cosiddetto “denarino”: un denaro per lira al mese, in pratica il 5% annuo, indirizzato a copertura delle spese di gestione, in particolare al pagamento del salario dei dipendenti del Monte, definiti dagli Statuti Ministri (il Massaro, il Depositario, il Cassiere …). La somma destinata all’“impegnagione" variava di anno in anno in relazione all’andamento dell’attività complessiva del Monte, mentre trascorsi diciotto mesi il pegno non riscattato veniva venduto all’asta per riassicurare liquidità all’istituto. Gli Statuti del 1514 vennero riformati nel 1576 per adeguarli, in parte all’ampliamento dell’attività del Monte, in parte alle risultanze del Concilio Tridentino: in base ad esse veniva sottoposto al controllo vescovile “il rendimento di conto delle erogazioni delle limosine, e dell’impiego del denaro negl’usi propri e particolari del Monte” (3). Quegli Statuti, che ebbero validità, salvo successive e parziali correzioni, sino al XIX secolo inoltrato, prevedevano inoltre norme precise relativamente alla rotazione dei Presidenti in carica, all’organizzazione amministrativa della Congregazione, all’attività di prestito su pegno, per la quale stabilivano la valutazione sino a 2/3 del valore per gli oggetti preziosi e sino a metà per tutti gli altri. Nel frattempo il Monte di Pietà si era venuto fortemente radicando nella società bolognese coeva. Le succursali in città e nel contado bolognese si erano rapidamente moltiplicate. Sul finire del XVI secolo operavano infatti entro la cerchia muraria quattro Monti, dipendenti da quello di S. Pietro, la sede principale dell’istituto che sorgeva in locali attigui alla cattedrale. Nel contado erano stati fondati i Monti di Budrio (1531), di Castelbolognese (1568), di S. Giovanni in Persiceto (1572). Contemporaneamente si andava dilatando la capacità dell’istituto di incrementare le proprie disponibilità finanziarie, attraverso l’acquisizione di particolari servizi ed uffici. Nel 1548 il senato bolognese assegnò al Monte l’ufficio del Massarolo, consistente nella custodia dei depositi giudiziali pignorati dagli esecutori del Comune. L’anno successivo con la disposizione testamentaria di Cristofero Siccardi, un agiato artigiano bolognese, che affidava al Monte l’amministrazione dell’intera sua eredità con l’obbligo di erogare annualmente doti “a povere ed oneste zitelle”, si inaugurava la gestione delle Opere Pie Dotali.
La bolla emanata da Pio IV, il 4 ottobre 1563, attribuì al Monte tutti gli emolumenti e i diritti di competenza dell’Ufficio criminale di Bologna, il cosiddetto Torrone; in virtù di questa e successive concessioni apostoliche spettò inoltre ai Presidenti dell’istituto eleggere il capo notaio e gli otto notai del Torrone e stipendiare mensilmente i giudici e il capo notaio del Foro. Nel medesimo tempo, la particolare natura giuridica del Monte di “luogo pio” incoraggiava i cittadini bolognesi dotati di liquidità a depositare cospicue somme di denaro nella sua cassa, somme che gli amministratori dell’istituto reinvestivano in parte nell’acquisto di “luoghi di monte”, cioè in attività finanziarie fruttifere.
Questo complesso di circostanze non solo dilatava l’originaria attività del Monte, ma anche contribuiva a qualificare in senso anticongiunturale la sua azione. Numerosi furono infatti, lungo tutta l’età moderna, i prestiti erogati all’Assunteria d’Abbondanza per il reperimento dei grani necessari al soddisfacimento dei bisogni alimentari della popolazione urbana ed i mutui concessi ad istituti assistenziali della città; al contempo la fondazione avvenuta nel 1692 93 del Monte della seta, o di S. Caterina, e della canapa, o di S. Antonio, che avrebbero concesso prestiti su pegno rispettivamente di “sete gregge, tramme ed orsogli” e di “canape gregge e lavorate", esaltò la funzione creditizia dell’ístituto a sostegno delle due principali manifatture bolognesi (4).
Il ruolo infine che esso venne ad assumere, dal 1686, di cassa delle gravezze comunali, depositario per una serie di “monti di pubbliche prestanze”, lo pose al centro, negli anni del pontificato di Benedetto XIV (papa Lambertini), di un progetto di trasformazione in una sorta di banca “nazionale” della legazione bolognese (5).
Manifestazione tangibile, sotto il profilo urbanistico ed architettonico, della rilevanza che l’istituto era venuto assumendo in ambito cittadino fu l’esecuzione tra il 1755 e il 1761 della “fabbrica dei nuovi Monti”: essa comprese sia la ristrutturazione e l’ampliamento del Monte di S. Pietro, sia l’onerosa costruzione di un nuovo, ampio palazzo in via Altabella, dove furono concentrati i servizi e le custodie prima disperse sul territorio urbano.
La discesa in Italia delle truppe francesi nel giugno 1796 segnò per il Monte di Bologna, come per altri Monti della penisola, una cesura netta e dolorosa nelle sue vicende storiche. La “spogliazione napoleonica”, vale a dire la requisizione di tutte le sostanze mobiliari dell’istituto per “diritto di guerra”, determinò dapprima la riduzione quindi la cessazione della sua attività. Contemporaneamente insorsero lunghi e travagliati contenziosi con i Ministri dipendenti dal Monte, cresciuti in numero rilevante, con i depositanti bolognesi e con i creditori esteri (genovesi).
Quando nel 1802 venne riattivata la custodia di S. Petronio per rispondere alla insopprimibile domanda di credito della “classe indigente”, la mancanza di numerario obbligò entro certi limiti l’azione del Monte. Qualche anno più, tardi, l’istituzione della Congregazione di Carità, che secondo il decreto vicereale del 17 luglio 1807 avrebbe concentrato “tutti gli ospedali, luoghi pii, ospizi ed orfanotrofi, legati e lasciti di pubblica beneficenza a Bologna sotto una sola amministrazione” assorbendo la stessa gestione del Monte, ne sancì, anche a livello normativo, il ruolo di istituto prevalentemente assistenziale.
Il recupero, durante il periodo della Restaurazione, di alcune funzioni svolte tradizionalmente, quali quelle di depositario giudiziale e di amministratore delle opere pie dotali, e il rinnovato afflusso di depositi nelle sue casse, non impedirono tuttavia una progressiva marginalizzazione del Monte nell’economia bolognese. Nemmeno il piano di riforma elaborato nel 1833 dall’Assunteria di Buon Governo guidata dal conte Giovanni Massei, o la riattivazione di altre custodie, tra cui quella di S. Caterina, riuscirono a restituire al Monte il ruolo di grande istituto di credito svolto per buona parte dell’età moderna. Ma ciò dipendeva anche dal fatto che la sua azione si inseriva nell’ambito di una società, quella bolognese del primo Ottocento, che aveva perso vivacità e smalto in connessione con il declino delle sue manifatture ed una incipiente “ruralizzazione” (6). In questo quadro l’attività del Monte sembrò necessariamente orientarsi verso un ritorno all’originaria impostazione: quella di istituto assistenziale al servizio di una popolazione che comprendeva, secondo i dati della rilevazione pontificia del 1816, il 44% di “ bisognosi”.
L’istituzione infine, nel luglio 1837, della Cassa di Risparmio, sollecitata da quanti avvertivano l’esigenza di un istituto capace di mobilitare il risparmio popolare, infranse definitivamente la posizione centrale del Monte nell’ambito delle attività finanziarie e creditizie locali.
In tali condizioni il Monte di Pietà di Bologna si presentava sulla scena della vita politica nazionale all’indomani del marzo 1861. I legislatori del nuovo Regno mostrarono scarso interesse verso la precisazione dei compiti ed il potenziamento dei Monti di Pietà. Il provvedimento legislativo del 3 agosto 1862, riconfermandone infatti la natura giuridica di “opere pie”, lasciava senza normative specifiche attività che il Monte di Bologna, al pari di altri, continuava a svolgere abitualmente: quelle di raccolta dei depositi e degli impieghi economici ordinari. Nemmeno il nuovo Statuto approvato nel 1870, in ottemperanza alla citata legge, provvide a colmare la lacuna, mentre dall’aprile 1865, al termine di una lunga discussione sull’assetto amministrativo delle opere pie bolognesi, il Monte risultava governato da un nuovo corpo di Presidenti formato da nove membri, nominati pariteticamente dal Prefetto, dal Consiglio provinciale e dal Consiglio comunale. Solo con il provvedimento legislativo del 4 maggio 1898 venne compiuto un primo passo per dirimere l’ambiguità delle norme che regolavano il funzionamento dei Monti, dopo che l’applicazione della fondamentale legge del 1888 sulle Casse di Risparmio aveva praticamente decretato la scomparsa di molti Monti di Pietà. Fu allora che prese avvio una “legislazione speciale” tesa a ridefinire natura e funzioni di questi ultimi. All’elaborazione del provvedimento del 1898, che riconobbe i Monti di Pietà “istituti misti” di beneficenza e di credito, un contributo fondamentale fu portato da Gustavo Guidicini, allora segretario del Monte di Bologna e Promotore di svariate iniziative culturali a loro sostegno. Il nuovo Statuto, entrato in vigore nel 1901, recepì la novità legislativa, regolamentando le funzioni del Monte anche come azienda di credito.
E tuttavia, fu solo nella prima metà degli anni Venti che il legislatore provvide ad una significativa ridefinizione dell’intera materia. Il R.D. del 14 giugno 1923 suddivise infatti i Monti in 2 categorie alla prima vennero assegnati “quelli che per il rilevante ammontare dei depositi fruttiferi avessero assunto carattere prevalentemente di Istituti di credito”. Questi cessavano pertanto di essere “istituti di pubblica beneficienza”, per divenire istituti di credito su pegno, soggetti alla medesima normativa che regolava le Casse di Risparmio.
Il R.D. del 4 gennaio 1925 dichiarò infine l’istituto bolognese, assieme ad altri, Monte di I categoria; nel frattempo esso aveva conosciuto un innegabile rafforzamento, culminato nella trasformazione del Magazzini Merci nei Magazzini Generali Raccordati.
Il 1924, dunque, l’ultimo anno durante il quale il Monte di Bologna conservò la fisionomia giuridica di “istituto di pubblica beneficienza”, chiuse un ciclo storico e ne aprì un altro.

Complessi archivistici